mancanoglispazi #87

di LUCA DE GENNARO | Facebook, Youtube, Google e Amazon sono le nuove "majors"...

Si è appena concluso il Midem di Cannes, annuale fiera internazionale dell’editoria musicale, dove si fa il punto sullo stato delle cose nel music business. Tra i vari interventi dei protagonisti dell’industria, è stato molto interessante il “keynote” tenuto da Marc Geiger, capo della divisione musicale della William Morris Agency. E’ un signore del New Jersey, cresciuto in California, una cinquantina d’anni ben portati, che da tutta la vita lavora con la musica ed ha sempre avuto una “visione” notevole, a partire da quando nel 1991 ha inventato insieme a Perry Farrell il festival Lollapalooza, rivoluzionando il mondo dei concerti rock, e 5 anni dopo ha fondato e diretto “ArtistDirect”, una delle prime aziende ad occuparsi di musica nel mondo digitale. Vi consiglio di investire 26 minuti per ascoltare il suo discorso ed osservare con attenzione le “slides” che lo accompagnano. Lo trovate qui. Pur con il suo fare un po’ antipatico da imprenditore americano che ce l’ha fatta e da “Signor so tutto io”, Geiger offre un’analisi aggiornata e una visione prospettica dell’industria musicale, sposando alcuni concetti che abbiamo più volte espresso sulle pagine del nostro blog: primo fra tutti quello dell’ “accesso” come alternativa al “possesso” di musica, che deriva dalla radicale rivoluzione tecnologica che ha preso alla sprovvista quasi tutte le grandi aziende consolidate nel passato. “Quando venne inventato il telefono che rivela il numero di chi ti chiama, la gente protestava perché era una invasione della privacy. Oggi se vieni chiamato da un numero sconosciuto neanche rispondi”. E’ solo uno degli esempi della resistenza al cambiamento che si è riscontrata in tutti i campi. Le aziende tradizionali, comprese quelle discografiche, per anni hanno cercato di preservare il passato senza vedere che il futuro arrivava in fretta e cambiava le carte in tavola. Nel mondo della musica tutti i ruoli sono stati ridefiniti, a partire da quello dell’artista, che nel mondo digitale è molto più attivo e “centrale” di quanto fosse prima. Nella distribuzione la rivoluzione è andata così veloce che oggi il “file” musicale da 0,99 è già obsoleto. Chi vuole occupare memoria con una canzone? Facciamo troppe foto, abbiamo troppi giochi e filmati sul telefono per avere spazio per le canzoni, specialmente quando sono reperibili comodamente in streaming. Abbiamo però visto che questo modello di business produce introiti troppo bassi per tutti, ed infatti sono gli stessi artisti, spesso, ad osteggiarli. Quello che sostiene Geiger è che il futuro è di nuovo nelle mani dei “big players”. Il declino delle “majors” del disco è stato erroneamente visto come un segno della crescita del mondo “indie” e delle piccole strutture. Invece, proprio perché i guadagni sono proporzionali al numero di accessi, più gente “accede” e più tutti guadagnano. “Nei prossimi anni saranno rilevanti solo le piattaforme con più di 500 milioni di utenti”: facebook, Youtube, Google, Amazon sono le nuove “majors”. Per far si che anche le piattaforme di streaming musicale crescano bisogna favorirle, concedere tutta la musica, perché se un utente non trova i suoi 3 gruppi preferiti su un sito per il quale paga un abbonamento se ne va subito e addio crescita. Lo streaming non è l’unico modo di far girare l’economia intorno ai contenuti musicali, esistono le sincronizzazioni, le radio satellitari in abbonamento (“Premium radio”) che in USA stanno crescendo, insomma bisogna continuare a guardarsi intorno e favorire il cambiamento. Ammetto che avere 2 figli teenagers in casa facilita il punto di osservazione dei consumi giovanili, infatti pochi giorni fa mio figlio tredicenne, parlando di un certo brano appena uscito ma che non gli piaceva, quando gli ho chiesto di farmelo ascoltare mi ha risposto “Non voglio regalargli una visualizzazione”. Ecco il segno del cambiamento: prima pagavi per avere in cambio qualcosa da ascoltare (il principio del juke box: 50 lire una canzone), ora con l’ascolto “regali” valore all’artista. Gli dai una visualizzazione in più, che sommata a tutte le altre può decretare il successo di un brano e renderlo quindi appetibile per altre applicazioni remunerative, oltre a quella di Youtube dove comunque ogni visualizzazione è minimamente monetizzata. Le tue 50 lire del juke box, che apparentemente non stai spendendo davvero, mentre in realtà ne spendi di pìù per abbonamenti e tariffe telefoniche, vanno in parte all’artista, in parte a Youtube (che infatti è uno dei “big players” di cui si diceva) e in parte alla compagnia che ti vende l’accesso alla banda. I grandi imprenditori che hanno capito che la musica era un veicolo importante per creare economia nel mondo digitale non erano professionisti della musica nè appassionati. Mark Zuckerberg, Steve Jobs, perfino Daniel Ek fondatore di Spotify, nessuno aveva la musica nel cuore, eppure sono quelli che hanno rivoluzionato il modo in cui circolano i contenuti musicali e sono diventati i nuovi “big players” partendo da zero. Se non altro Marc Geiger è uno che ha cominciato vendendo dischi in vinile nel campus universitario e che ha sempre esplorato nuove strade con la musica. Vale la pena di dare un’occhiata al suo discorso.