mancanoglispazi #85

di LUCA DE GENNARO | Tra i lavori 'creativi' da difendere ci sono anche quelli legati alla musica.

Non è questa la sede per mettersi a disquisire sulla campagna virale #CoglioneNo apparsa online giorni fa, che ha scatenato accese discussioni in rete (il che era senz’altro uno degli scopi della campagna stessa). Per chi non la conoscesse (la trovate qui) sono 3 mini-film ben scritti e girati 'in difesa del lavoro creativo' dei giovani freelance, che sempre più viene sottopagato o, peggio, non pagato per niente. La frase ricorrente nei 3 film è “Per questo progetto non c’e’ budget”. Quello su cui invece vogliamo puntare l’attenzione, visto che qui ci occupiamo di musica e di giovani musicisti, parte da un commento scritto su facebook da un discografico in gamba che conosciamo bene, Klaus Bonoldi della Universal: “A tutti quelli che stanno postando il video virale sui creativi non pagati (giusto e divertente, tra l’altro), menderei controlli a casa per vedere da dove proviene tutta la musica che ascoltano o i film che guardano”. Good point, Klaus. Il suo post ha, a sua volta, provocato molti commenti di gente che lavora nei vari ambiti della musica. C’è chi scrive: “Parlare ancora di download illegale è come lasciare l’argenteria fuori dal portone e lamentarsi se qualcuno la prende”. Mentre un musicista dice: “Riepiloghiamo: Faccio 10 anni di conservatorio, compro gli strumenti, pago le sale prova per suonare con un gruppo con cui imparo a comporre, compro le macchine, computer, casse, tastiere, scheda audio per registrare/creare musica, dopodichè è giusto che se uno vuole godere della mia esperienza lo debba fare parzialmente gratis? Mi spiegate il motivo? Se vado al ristorante a mangiare antipasto, primo e secondo sarebbe plausibile spiegare al cameriere che non pago la pasta... perchè tanto è solo pasta...?”. Cosa dice, in sintesi, Bonoldi? Che tra i lavori 'creativi' che dovrebbero essere ricompensati ci sono anche quelli relativi alla musica, a partire da quello del musicista, che investe il tempo della sua vita a creare arte, e poi chi ha acquistato macchinari per produrla, chi pensa alle strategie più efficaci per diffonderla, chi la distribuisce, e tutta la 'filiera' che porta la musica dal produttore al consumatore. E invece la musica circola liberamente, e la grande differenza rispetto alla campagna virale di cui tanto si parla è che in questo caso nessuno si pone il problema. Dire a un creativo, o a un fotografo, “Su questo progetto non c’e’ budget” vuol dire riconoscere che tu gli stai chiedendo di fare un lavoro ma non hai soldi per pagarlo. Dicendoglielo, riconosci che il suo è lavoro. Chi scarica bellamente la musica in molti casi non pensa proprio che sia frutto di lavoro, spese, tempo e tutto il resto. Pensa che sia tutto divertimento, è questo il problema. Mio figlio, fan di Skrillex, mi faceva vedere giorni fa un filmato che l’artista stesso ha messo in rete dopo l’ultimo tour. Bellissimo, pieno di folle impazzite, ragazzi carine che fanno la coda per entrare allo show, stage diving selvaggi, giochi e risate con gli amici, e immagini di Skrillex in aereo, al computer, con le cuffie, che compone i suoi pezzi. Il pensiero che arriva ad un teenager è che per un artista fare musica sia un passatempo in aereo, come un videogioco, non un lavoro. Poi è vero che quelli come Skrillex e in generale tutto il mondo elettronico ha capito benissimo che regalare la musica e dare l’impressione di vivere sempre nel godimento tra fighe, piscine, risate e folle plaudenti è il modo più efficace per avere tante gente che viene a vederti pagando un biglietto per sentirsi parte di quel mondo lì. Se si dovesse pensare per la musica pop ad un filmino analogo a quelli dei creativi metterei al posto dei protagonisti della campagna “CoglioneNo” (giardiniere, antennista, idraulico), che vendono 'servizi', qualcuno che crea e vende 'prodotti'. Un panettiere, ad esempio. Il panettiere si sveglia in piena notte, va in un posto dove ci sono dei macchinari sofisticati fatti per creare il suo prodotto e che lui ha comprato facendo dei sacrifici, lavora sodo mettendo a disposizione la sua esperienza, la creatività, la manualità, il metodo, il tempo. Alla fine sforna il suo prodotto, tira il fiato, si asciuga il sudore, lo guarda, fiero, è felice di poter proporre alla sua clientela del pane morbido, buono, fatto con ingredienti di prima qualità, lo mette sul bancone e apre il negozio. Entrano in dieci persone e senza neanche guardarlo in faccia arraffano con nonchalance tutto il pane che possono, come se niente fosse, senza minimamente pensare che dovrebbero pagare per quello che prendono, lo caricano sulle loro macchine, fanno un sorriso di circostanza e se ne vanno. Uno di loro assaggia un pezzo di focaccia e gli dice “Buona, bravo, lo dirò a tutti i miei amici che fai roba buona, vedrai che verranno anche loro a prendere le cose che fai, sei contento?”. Ecco.