mancanoglispazi #82

di LUCA DE GENNARO | Opinioni autorevoli e divergenti sullo streaming musicale.
Ormai le abitudini quotidiane di chi ascolta musica, sia da fermo (attraverso il computer con il quale si lavora, si studia, si chatta e si fa la spesa) sia in movimento (attraverso smartphone e tablet), rendono obsoleto non solo ogni supporto fisico di ascolto, ma anche il download digitale. Diciamolo: lo streaming è infinitamente più pratico e veloce, Deezer e Spotify sono comodissimi. Anche noi che operiamo nel mondo della comunicazione musicale, se fino a poco tempo fa ancora attendevamo dalle case discografiche l’invio postale dei nuovi CD per ascoltarli e lavorarci, ora con un clic ascoltiamo in un attimo quello che vogliamo e che ci serve. Ma proprio perchè l’ascolto via streaming è diventato così preminente, mai come in questo periodo se ne discute e si incrociano opinioni favorevoli e contrarie. Pochi giorni fa abbiamo partecipato ad un interessante incontro sulla musica digitale nell’ambito degli “Internet Days” di Milano. Tra i partecipanti c’era Will Page, “director of economics” di Spotify, che nella sua presentazione ha detto “Non si può cannibalizzare il nulla”. Cioè: il mercato discografico sta talmente alle cozze che non sarà certo lo streaming a danneggiarlo, anzi, noi offriamo, piano piano, un modo per cominciare ad uscire dalla crisi. Infatti, secondo la IFPI (International Federation Of the Phonographic Industry), Spotify è oggi  la seconda maggior fonte di guadagno per le case discografiche in Europa. Ci siamo occupati la scorsa estate della levata di scudi di Thom Yorke contro Spotify, colpevole, secondo lui, di riconoscere talmente pochi soldi agli artisti da essere irrilevante per quelli emergenti che hanno poco traffico di brani online. A lui fa eco nei giorni scorsi David Byrne, che ha appena pubblicato il libro “Come funziona la musica”, e che in un articolo sul Guardian prefigura uno scenario apocalittico: “Internet succhierà via tutti i contenuti creativi del mondo”. Il boom dello streaming digitale, sostiene il leader dei Talking Heads, potrà generare profitti per le case discografiche, ma è un disastro per gli artisti. Questo perchè ogni streaming genera guadagni irrisori la maggior parte dei quali finisce alla casa discografica. Quindi, se in futuro questi saranno i guadagni per gli artisti, la maggior parte di essi sarà costretta a cambiare mestiere. Incassi di più vendendo una maglietta con il nome della tua band che da un milione di ascolti di una tua canzone. Io potrò sopravvivere – scrive Byrne – perché, come Thom Yorke, ho una certa popolarità ed un pubblico consolidato, ma i nuovi artisti non ce la faranno mai a queste condizioni di mercato. Di opinione diversa è un altro “grande saggio” della stessa epoca di David Byrne: Dave Stewart, leader degli Eurythmics, che dice: “Spotify è una delle poche compagnie che opera in modo trasparente e paga. Un artista dovrebbe sostenerlo, perché se non altro è una soluzione alla circolazione gratuita e illegale della musica”. E’ verissimo che i guadagni oggi sono inconsistenti, ma lui la vede in prospettiva: “Oggi Spotify ha 6 milioni di utenti a pagamento (24 in totale). Se arrivasse (e non è impossibile) a 100 milioni, il guadagno del mio catalogo musicale sarebbe uguale a quello dei migliori momenti del mercato discografico”.  Ultimo tra gli artisti a dire la sua è Kirk Hammett dei Metallica, band che fin dai tempi di Napster si scagliò pubblicamente contro la musica in rete. “Gli artisti di oggi sono affascinati da tutte le opportunità della musica online, ma non mi sembra ci siano state grandi band che ne hanno beneficiato. I-tunes, lo streaming e i social networks hanno distrutto la musica e la motivazione di impegnarsi per fare il miglior disco possibile. E’ una vergogna”. Come dire: se un artista sa che la sua musica verrà consumata distrattamente e ascoltata con le cuffiette in metropolitana, perché perdere tempo ad impegnarsi sulla qualità del prodotto? Le buone abitudini dell’ascolto analogico, però, pare che non siano completamente sparite, anzi: più di mezzo milione di album in vinile sono stati venduti in Inghilterra dall’inizio del 2013, un risultato che non si raggiungeva da più di 10 anni, e questo grazie ai dischi di Daft Punk, Arctic Monkeyss, David Bowie e pochi altri. Contro lo streaming si fa sentire anche il mondo della radio (era solo questione di tempo, l’avevamo scritto qui un bel po’ di tempo fa). La direttrice di BBC Radio, Helen Boaden, ha dichiarato in un intervento al Radio Festival di Salford che l’aumento dell’utilizzo di Spotify in Inghilterra, concentrato soprattutto sui ragazzi tra 16 e 24 anni, riflette esattamente il calo degli ascolti radiofonici. “La radio è in diretta competizione, come mai prima era avvenuto, per conquistare l’attenzione di fasce di pubblico che oggi hanno a disposizione un’ampia gamma di opzioni”. Come effetto di tutto ciò sono crollate le vendite degli apparecchi radio ma si diffondono bene le app che permettono di ascoltare la radio dai telefoni, e la prossima frontiera sarà la definitiva digitalizzazione dei segnali radio, che prenderà il posto della tradizionale diffusione in FM. Per contro in Svezia, patria di Spotify, la radio nazionale si è invece accordata con la piattaforma per rendere disponibili in streaming i suoi programmi più popolari, e in Italia Radio Deejay ha attivato una collaborazione con Spotify organizzando insieme uno showcase di John Legend. Quindi, anche la collaborazionecross platformtra radio e servizi streaming è possibile. Alla fine di tutti questi ragionamenti e di queste autorevoli quanto divergenti opinioni, quello che rimane è che lo streaming certo non arrichisce gli artisti ma offre la possibilità di far circolare la propria musica legalmente, e che sedendosi al tavolo di chi opera nella diffusione della musica le collaborazioni creative si possono trovare anche tra apparenti concorrenti. David Byrne conclude il ragionamento con una apocalittica previsione alla Highlander: “Ne rimarrà solo uno”. “Deezer, Google Play, Apple, Daisy, la mia opinione è che, come tutti i business basati sul web, alla fine solo uno resisterà. Non ci sono due Facebook o Amazon. “Dominazione e Monopolio” è il nome del gioco nel mercato web”. Intanto, diverse band emergenti hanno dichiarato di avere avuto un forte aumento di popolarià dopo essere stati inseriti nella playlist “Hipster International” di Sean Parker su Spotify, ed io, nel mio piccolo, per avere sotto gli occhi e nelle orecchie le migliori canzoni appena uscite, ho creato su Deezer la playlist “Deeger Vol. 1”. Ascoltatela e condividetela, se vi piace. Perché l’importante è che la musica circoli, con ogni mezzo possibile.