mancanoglispazi #78

di LUCA DE GENNARO | L'eccellenza trascende ogni regola: "Random Access Memories" dei Daft Punk.
Alla fine hanno vinto loro. I numeri parlano chiaro, “Random Access Memories” dei Daft Punk debutta al n.1 in USA con 339.000 copie vendute nella prima settimana. Il loro album “Discovery”, del 2001, aveva raggiunto la posizione n.44, l’ultimo album di studio, “Human After All”, del 2005, la 98. In una sola settimana il nuovo lavoro ha già venduto il doppio del totale delle copie dell’album precedente. In UK l’album è entrato al n.1 con il record di vendite nella prima settimana dall’inizio dell’anno: 165.000 copie, ha esordito al primo posto nella classifica ufficiale italiana e ha battuto il record di ascolti nella storia di Spotify con 8 milioni nella settimana di uscita. E siamo in un periodo di crisi nera delle vendite discografiche, quindi questo album rappresenta un 'caso' in controtendenza assoluta rispetto all’andamento del mercato - in special modo di quello della musica elettronica. Proviamo ad analizzare, senza pretesa di esaustività e anzi in modo molto empirico, le caratteristiche di questo progetto. Innanzitutto “Random Access Memories” non è un disco di musica elettronica, è un album di musica suonata da ottimi musicisti 'veri'. Una scelta sensata da parte di artisti che hanno avuto il primo successo 16 anni fa e che nel frattempo hanno potuto osservare gli artisti che insieme a loro avevano portato avanti la rivoluzione elettronica di metà anni ‘90 (Chemical Brothers, Fat Boy Slim, Prodigy) diventare macchiette di se stessi e continuare a celebrare il mito di un’era passata. Con loro è invecchiato anche il pubblico e mettersi oggi in gara con i giovani produttori che dominano la scena 'EDM' per conquistare i teenager che impazziscono per Avicii e Deadmau5 non avrebbe avuto senso. Inoltre si sa che il pubblico della nuova musica dance elettronica non compra dischi. Il giro d’affari intorno alla scena dance è enorme ma i dj superstar non dominano le classifiche discografiche e spesso regalano la musica online per promuoversi. I Daft Punk hanno dunque fatto un disco di musica 'passatista', rivolto a un pubblico adulto, e lo hanno promosso con metodi totalmente tradizionali: spot in tv, manifesti affissi in posizioni strategiche, videoclip, copertina e intervista su Rolling Stone, per finire con la clamorosa sponsorizzazione della Lotus di Raikkonen al Gran Premio di F1 di Montecarlo. La campagna promozionale 'vecchio stile' dei Daft Punk è stata ben descritta da Michele Boroni sulla rivista Studio, e parte integrante della stessa è stata l’'attesa' dell’album. Oggi il concetto di 'aspettare' che esca un disco è sparito. La musica viene prodotta velocemente e subito condivisa, sempre più spesso escono album che il pubblico non si aspetta. Qui invece, come nel passato, l’attesa per l’uscita era stata organizzata ad arte.  Tutta la parte 'social' della comunicazione, con un altro colpo da maestri, è stata lasciata gestire spontaneamente dai fan e dagli stessi media, che hanno fatto esplodere in rete tutto ciò che era stato diffuso sui mezzi tradizionali. Puoi essere un genio del marketing ma se la musica è brutta non ce la farai comunque, e la musica dell’albumR.A.M.è la vera forza dei Daft Punk. Ammetto che al primo ascolto ho pensato "tutto qui?”. Mi sembrava quasi un album di provini, di pezzi non finiti, di basi e improvvisazioni, c’è addirittura un brano in cui Giorgio Moroder parla di sé a ruota libera, una specie di intervista musicata. Un disco senza dubbio spiazzante, se si ha in mente il repertorio della band. Non c’è traccia di brani come “Around The World” o “One More Time”, per intenderci. Come tutti i grandi album, però, al terzo ascolto ti conquista. Le cartucce vincenti: è un album che ascolti tutto di seguito e poi riascolti volentieri, ed è uno dei pochissimi casi di musica OGGETTIVAMENTE bella. Non riesco ad immaginarmi una sola persona al mondo che possa dire “l’album dei Daft Punk è brutto”. Non esistono proprio gli elementi per poterlo sostenere. Infine, ha un 'hit single' pazzesco: “Get Lucky”. Un 'instant classic' da discoteca che però - per dire - anche una radio come Capital, che trasmette solo musica del passato ed è indirizzata a un pubblico adulto, ha già in programmazione. Suoni anni ’70, la chitarra funky di Nile Rodgers degli Chic, la voce alla Michael Jackson di Pharrell Williams. Tutto rimanda all’epoca d’oro della disco music. Un esempio analogo viene in mente, sebbene di genere diverso l’album “21” di Adele aveva le stesse caratteristiche: canzoni che piacciono a tutti a prescindere da età, gusti e genere musicale, piacevolezza dell’ascolto reiterato, approccio 'tradizionale' della comunicazione indirizzato soprattutto al pubblico adulto e dunque 'spendente'. E infatti ha venduto 27 milioni di copie. Come l’album di Adele, “Random Access Memories” è un disco che comprano anche quelli che non comprano mai dischi e i dati di vendita dicono chiaramente che non sono solo i tradizionalisti ad acquistarlo, visto che l’80% delle copie vendute finora è digitale e non fisica (in questo ha sicuramente aiutato l’anteprima streaming su iTunes). Naturalmente, con un album del genere, anche l’approccio alla performance live dovrà cambiare radicalmente. Furono proprio i Daft Punk a inventare il gigantismo dei concerti elettronici, con il maestoso palco a forma di piramide con dentro due testoline sormontate da caschi che si muovevano a tempo e che potevano destare il fondato sospetto non solo di non star facendo niente se non lasciar suonare una sequenza pre-registrata di canzoni, ma addirittura di non essere neanche loro due sul palco. Ora che lo fanno in molti (da cui la polemica sulle performance 'schiacciabottone' nella EDM) i Daft Punk dovranno necessariamente montare un concerto con musicisti veri. Vedremo cosa si inventeranno: già stanno girando voci insistenti sulla loro partecipazione come headliner al Coachella dell’anno prossimo. I fan della prima ora interpretano male questo 'tradimento' della musica elettronica da parte del duo francese, ma Thomas Bangalter dichiara: “I computer sono molto utili per un sacco di cose, ma non sanno generare emozioni come gli strumenti musicali. Non sono stati creati per diventare strumenti. Dentro a un computer tutto è sterile, non c’è suono, non c’è aria, è tutto un codice. Come al cinema: gli effetti generati dal computer creano meraviglie, ma è difficile creare emozione. Da un certo punto di vista potrebbe sembrare un album registrato prima dell’era della musica elettronica, in realtà questo non sarebbe stato possibile. Diciamo che cerchiamo di nascondere le macchine presenti nel disco così come Peter Jackson cerca di nascondere gli effetti digitali ne Il Signore Degli Anelli”. La realtà, come commenta l’arguto blogger americano Bob Lefsetz, è che “l’eccellenza trascende ogni regola: se sei fantastico non devi fare altro che mettere in circolazione la tua musica”.