mancanoglispazi #75 – speciale from SXSW 2013 Day 4

Il blog di Luca De Gennaro in diretta da Austin, Texas...
di Luca De Gennaro Fino a qualche anno fa il Sabato del SXSW era l' 'hangover day' dopo 3 giorni di fuoco. Questa volta invece sembra che le più grandi star abbiano aspettato oggi per calare su Austin. Stasera sono attesi Prince, Justin Timberlake, Smashing Pumpkins, e da ieri i corridoi del Convention Center sono pervasi da voci non confermate su apparizioni inattese di Jay Z e addirittura dei Daft Punk. Ad essere bravi si potrebbe facilmente far circolare la notizia di un secret gig dei Rolling Stones in un negozio di gommista e ci crederebbero tutti. Ieri sera, mentre all'Auditorium Shores i Flaming Lips sbagliavano completamente il concerto proponendo brani nuovi, difficili e totalmente sconosciuti ad un pubblico di famiglie che era lì per divertirsi, i Depeche Mode suonavano soprattutto i pezzi del nuovo album ma di fronte ad un ristretto pubblico di appassionati che aveva fatto carte false e ore di fila per vederli in un club da poche centinaia di persone. E comunque nel finale non sono mancati alcuni hits, da "Personal Jesus" a "Enjoy The Silence" e "Walking In My Shoes". Intanto, poche centinaia di metri i Green Day infuocavano l'ACL Theatre con uno show perfetto che dimostrava quanto Billy Joe sia tornato in forma dopo il rehab. Loro, che 20 anni fa arrivarono a Austin col furgone per suonare da Emo's, sembravano ancora i ragazzini che hanno appena scoperto i Clash e mettono nel concerto tutta l'energia possibile. Qui si torna al concetto espresso ieri della 'centralita' della canzone'. La differenza la fa la qualità dei brani. Sempre. I Green Day hanno un sacco di hits, prima del loro concerto è risuonata dall'impanto "Bohemian Rhapsody" dei Queen e sono partiti cori, applausi, balli spontanei di gruppo, delirio totale, per una canzone suonata da un disco. Ieri all'interessante panel sulla "Promozione radio nel nuovo millennio" si diceva proprio questo: "It's all about having a song", e questo non vuol dire fare l'occhiolino alla radio per avere i passaggi, perché, come hanno detto i vari programmatori presenti, "le canzoni troppo radiofoniche non fanno la differenza", non portano niente di più alla radio. Gli esempi citati dei successi di Of Monsters And Men, Lumineers, Mumford And Sons, Gotye, dimostrano quanto l'originalità di una canzone sia fondamentale, specie in un mondo nel quale la musica è 'disposable'. Al panel "Selling albums in a Spotify World" i sistemi di streaming sono stati accusati di essere responsabili di generare scarsa affezione nei confronti della musica, il cosiddetto fenomeno 'Listen and leave': ascolti una canzone ma non ti interessa l'artista e te ne dimentichi in fretta. Un'altra sensazione chiarissima che salta agli occhi in questo SXSW è la segmentazione del pubblico rispetto alla musica. Ognuno qui può vivere il 'suo' SXSW, se ti piace il rap hai il tuo percorso e i tuoi club, così se sei un appassionato di metal, un professionista della musica, un fan del classic rock, del neo soul, e quest'anno anche dei documentari musicali, sempre più interessanti, che hanno fatto da ponte tra il Film Festival e il Music festival del SXSW. La genialità è riuscire a mettere tutti questi mondi insieme in una sola città e negli stessi 5 giorni. Poi ci sono ovviamente gli 'onnivori' che cercano di vedere e sperimentare tutto, come il sottoscritto, che ieri notte è saltato dai Green Day alla nostra reginetta electro Tying Tiffany, dalla bravissima Laura Mvula, musa emergente dell' r'n'b più raffinato e non convenzionale fino al metal degli amici Lacuna Coil, che hanno incendiato il Dirty Dog Bar salendo sul suo piccolo palco all' 1,30 di notte. Loro sì che rappresentano il modo in cui si lavora oggi con la musica se sei una rock band. Fanno dischi che vanno nei Top20 in classifica in USA ma suonano in ogni piccola cittadina in locali che, come quello di ieri sera, non hanno neanche uno straccio di camerino. Un momento sono fuori, per strada, nel retro del locale a chiacchierare, e 30 secondi dopo sono sul palco a fare il rock'n'roll. Come sempre si chiude l'esperienza del SXSW con la piacevole sensazione che ci sia tantissima musica in giro, che sempre più gente abbia voglia di suonare, che sempre di più il mercato delle aziende sia attento alla musica e al suo potere di comunicazione ed empatia (il 'branding' non è mai stato tanto evidente come quest'anno) e che il mondo 'social' sia sempre più organicamente parte del sistema musicale. "Twittateci!" urlava ieri al pubblico il cantante dei Polyphonic Spree alla fine del concerto alla festa del blog Brooklyn Vegan, e al concerto di L.L.Cool J il brano del bis si poteva votare via twitter (ha vinto "Whaddup", per la cronaca, anche se io avevo votato "Mama said knock you out"). Grandi assenti da tutto ciò le case discografiche tradizionali, ad eccezione della Warner che da qualche anno organizza showcase dei suoi nuovi artisti. Ma forse è giusto che sia così. Il modello di business della discografia major con questo scenario non c'entra più quasi nulla. Ha senso per le etichette piccole che sono anche dei 'brand' identificativi di un certo mondo musicale e che non hanno più la vendita dei dischi come 'core business'. Oggi va avanti chi parla ad una 'community', come ha detto ieri Chuck D dei Public Enemy nel suo incontro con il grande bassista funk Bootsy Collins. La tua 'comunità' di riferimento è quello che ti sostiene, e a cui devi parlare. Fare da soli ma suonare insieme, come ci ha ricordato Dave Grohl nel Keynote. "If we ain't vibing with each other, I call that playing with yourself" ha detto Bootsy Collins. Un evento come il SXSW, ogni anno ti apre la mente verso il nuovo mondo e ti fa sentire parte della grande 'community' della musica. Ci si risente in Italia la settimana prossima. Keep on rockin' in the free world.