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di LUCA DE GENNARO | Il rock è morto: di chi è la colpa?
di Luca De Gennaro "Il rock è morto", scrive il critico inglese Dave Wibberley. "Di chi è la colpa?" Apparentemente è uno sforzo combinato: dei ragazzi che scaricano illegalmente, delle case discografiche, delle radio, del pubblico vecchio che continua a comprare solo il rock 'classico', dei talent show che tolgono credibilità e mettono in ginocchio la 'musica vera'. C'è tutto? Quasi. Manca un elemento fondamentale, di cui non si parla abbastanza: la distanza sempre più ampia tra il grande pubblico e l'elite. Siamo arrivati al punto in cui le rock band più apprezzate e la critica che li incensa, sembra abbiano divorziato dalla 'gente'. Vi accorgereste se incontraste i The National per strada o se gli Arcade Fire venissero a vivere nel vostro palazzo? Nel passato, se un nuovo artista nasceva dall'underground c'era una forte possibilità che diventasse una star anche se la sua musica era fortemente 'alternativa': dai Pink Floyd a David Bowie, dai Clash agli U2. L'attitudine distruttiva del punk ha però avuto come conseguenza la tendenza a girare le spalle al popolo. La 'credibilità' sembra non andare d'accordo con la 'popolarità'. "Pensate ai Pixies" - continua Wibberley. "I loro estimatori parleranno sempre di loro con deferenza, ma nessun altro ne parla perché non li conoscono. Pensate ai Nirvana, una delle band più influenti di sempre, che con il loro look e il loro atteggiamento hanno ucciso il rock'n'roll tradizionale e le sue colorate ambizioni nell'arco di una notte". La vergogna per il proprio successo è un problema. In passato la chiamavamo 'Sindrome di Rockerilla', la rivista che incensava e metteva in copertina i nomi emergenti dell'underground (dagli Smiths ai Talking Heads) per poi ignorarli e parlarne male appena scalavano le classifiche e diventavano famosi, anche se erano sempre gli stessi di prima. Essere 'commerciali' era un'onta, come se la musica la si dovesse fare per sé e per il proprio ristretto giro di accoliti e non per la massa. I fan club su Internet sono un'altra bella palla al piede per le band. Per quattro fanatici pronti a stigmatizzarti appena diventi un po' più famoso, ecco che chi sfonda poi si vergogna, e per non inimicarsi la cerchia degli hardcore fan torna a chiudersi nella nicchia e rinnega quel primo posto in classifica come se fosse stato un caso. Anni fa mi dissero, come se fosse una notizia straordinaria, che i Verdena, stranamente, non avevano avuto molte proteste da parte dei loro fan per avere partecipato all'MTV Day. Ci si aspettava che, per i loro seguaci, suonare su quel palco in diretta tv e di fronte a 50.000 persone significasse 'vendersi al sistema', anziché un riconoscimento del proprio valore e una preziosa occasione di farsi conoscere da un pubblico più vasto. In Inghiltera il vincitore di X Factor, Matt Cardle, è andato al primo posto in classifica con la cover di un brano dei Biffy Clyro: perché nella versione originale il brano non ha avuto successo? Perché gli Zutons non hanno creduto che la loro "Valerie" fosse un hit, quando poco tempo dopo Mark Ronson e Amy Winehouse l'hanno portata al successo mondiale? Cercate di credere nella vostra musica e di andare verso la gente. Quando si apre uno spiraglio nella porta del successo, chiuderla subito in nome di una 'integrità' riconosciuta da pochi è un errore. La sfida è rimanere sé stessi ma entrare nello spiraglio della porta e provare a spalancarla.