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di LUCA DE GENNARO | I marpioni di Hollywood catturano Trent Reznor e l'Oscar...
di Luca De Gennaro Il mio amico Johnny, cantante punk, non vede di buon occhio il fatto che Trent Reznor abbia vinto l'Oscar per le musiche del film "The Social Network". Dice: "E' la solita americanata. Pescano del mazzo un outsider borderline (tutto da dimostrare che sia davvero outsider e pure borderline) e lo premiano per far vedere che il grande sogno americano esiste sempre". Opinione interessante e rispettabile. Ma vediamo perché, invece, secondo me che Reznor - insieme al suo collaboratore Atticus Ross - abbia portato a casa il primo Oscar assegnato a un musicista che viene dal mondo di supernicchia del rock industriale, è una buona notizia per chi comincia oggi a fare musica. Innanzitutto non si può dire che dietro il premio ci sia il 'magna magna' dell'industria di Hollywood. Reznor, con o senza i Nine Inch Nails, è sempre stato uno che si è fatto i fatti suoi rispetto al 'sistema', tanto da uscire dal mondo discografico tradizionale già nel 2007. E' stato uno sperimentatore di formule alternative di distribuzione della sua musica. L'album "Year Zero" era uscito accompagnato da un gioco di realtà aumentata, ha distribuito il successivo album "The Slip" come download digitale gratuito ed è stato il primo a mettere in commercio la sua musica a diverse fasce di prezzo a seconda dei contenuti proposti (maggiore qualità audio, brani aggiuntivi, packages più o meno lussuosi e gadget vari). Reznor ha sempre guardato oltre il mondo chiuso della discografia e del rock. Ha scritto musica per film come "One Hour Photo", "Natural Born Killers", "Lost Highway" e videogames come "Quake", si è schierato apertamente contro le politiche di prezzo imposte dalla sua ex-casa discografica (la Universal) e ha lavorato per diventare totalmente indipendente. E' riuscito ad avere successo partendo da un genere musicale non certo accessibile come l'industrial rock, producendo album come "Pretty Hate Machine" (1989), "Downward Spiral" (1994) e "Fragile" (1999) che hanno scalato le classifiche malgrado la totale assenza di singoli radiofonici, ma quando Johnny Cash ha inciso la sua "Hurt" il mondo si è accorto di quanto fosse capace di scrivere canzoni. Ha collaborato con gli artisti che gli piacevano, i più disparati - da Marilyn Manson a Tori Amos a Notorius B.I.G. - e portato avanti progetti paralleli come Tapeworm e How To Destroy Angels, sua attuale band. I suoi Nine Inch Nails sono stati per anni  tra i gruppi maggiormente acclamati nel circuito live - headliners di Woodstock '94, co-headliners del tour "Outside" con David Bowie - e lui tra i frontmen più celebrati (soprattutto dal pubblico femminile), pur se in mezzo ad un pesante periodo di depressione e abuso di droghe, dal quale è riuscito a uscire. Insomma, Trent Reznor è l'esempio vivente di un artista che ha fatto sempre quello che gli pareva, con totale indipendenza artistica e onestà intellettuale, criticando aspramente il sistema politico, industriale e discografico ma non limitandosi al lamento, quanto piuttosto proponendo e inventando alternative e provando sulla sua pelle a seguire nuove strade, eclettico, pieno di inventiva, sempre pronto a sperimentare. Sarà pur vero che i 'Marpioni di Hollywood' hanno bisogno di mostrare al mondo che sanno anche riconoscere il lavoro di artisti fuori dal coro, ma che uno come Trent Reznor, dopo avere già vinto il Golden Globe per le musiche di "The Social Network", sia salito domenica notte sul palco degli Oscar a ritirare l'ambita statuetta è un bel segnale per chi vuole fare musica.