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di LUCA DE GENNARO | Perché la radio tradizionale nel 2014 si è riconfermata il canale preferito per scoprire e ascoltare nuova musica negli USA

La Los Angeles Review Of Books ha pubblicato un interessante articolo di Eric Weisbard, professore di cultura popolare all’Università dell’Alabama, intitolato “Perché continuiamo a discutere le stesse cose sulle canzoni pop?” (areviewofbooks.org/essay/keep-debates-pop-songs). La domanda nasce da quello che lui chiama “La tensione tra il pop come musica e il pop come identità”, questione che ricorre nei discorsi musicali attraverso i decenni. Il successo di “Thrift shop” di Macklemore & Ryan Lewis, bianchi che fanno rap, quindi musica 'nera', trasmessi dalle radio pop ma non da quelle 'urban', è un fenomeno simile allo 'sbiancamento' della black music avvenuto con la 'disco', poi con il rap di Vanilla Ice, e infine con le dive della pop dance, da Britney a Iggy Azalea, rapper bianca australiana. Al centro di tutto ciò c’è il concetto di 'format' radiofonico, che da anni cerco di insegnare agli studenti del Master Musicale all’Università Cattolica. Un criterio di programmazione nato negli anni ’50 in USA con l’esplosione delle radio 'Top 40' (quelle che oggi si chiamano 'Hit Radio') che aveva lo scopo di manterenere sempre accesa l’attenzione sulla radio (in ogni momento sei sicuro di ascoltare una canzone famosa) nel momento in cui il 'nuovo media' era la tv. “Questo processo – scrive Weisbard- è ancora alla base di tutto il pop commerciale. Perfino nell’era di Internet diversi studi dimostrano che la radio resta il primo strumento per presentare una hit al pubblico americano”. A confortare la tesi arriva una ricerca della Nielsen, resa nota in Italia dal sito 'Rockol' (www.rockol.it/news/usa-nel-2014-radio-primo-media-per-scoprire-nuova-musica), che dimostra come “nonostante l’ascesa dei servizi streaming come Spotify, Deezer, Rdio ed altre piattaforme sempre più agguerrite in termini di offerta, e in alcuni casi spalleggiate da giganti dell'informatica come Apple e Google, nonostante la diffusione di dispositivi come smartphone e tablet e l'accessibilità resa possibile da una Rete efficente e sempre più abbordabile in termini di costi, nel 2014 la radio tradizionale si è riconfermata negli Stati Uniti come il canale preferito per scoprire e ascoltare nuova musica. L'etere, da molti dato per prossimo alla fine, ha dimostrato di saper reggere l'urto con il comparto della fruizione musicale digitale. Negli USA, ogni settimana, 243 milioni di ascoltatori di età superiore ai dodici anni si sintonizzano su centinaia di migliaia di stazioni radio, dando così corpo a quel 51% di appassionati di musica che scoprono nuove band o artisti sulle onde radio. Il posto preferito per ascoltare la radio resta l'automobile, e specialmente negli USA le autoradio hanno la preselezione dei canali legata proprio al format: Top 40, Country, Adult Contemporary eccetera. Ogni format identifica una tipologia di ascoltatore, dal punto di vista di categoria sociale, etnica, di età e di 'gender'. “Con il variare della musica cambia l’identità dell’ascoltatore, e questo permette ai pubblicitari di rivolgersi a diverse categorie di consumatori”. Non solo identificare, ma addirittura 'creare' categorie di consumatori: “I format concedono a gruppi che non saranno mai dominanti (afroamericani, bianchi del sud, donne lavoratrici) uno spazio per sentirsi al centro della conversazione”. Secondo questo ragionamento la musica viene usata come strumento, non come arte. La sua funzione viene appiattita al servizio del target, dunque la persona a cui si rivolge una canzone è più importante del suono della canzone stessa, ed ecco spiegato perché un brano rap come quello di Macklemore & Ryan Lewis non passa sulle radio che trasmettono musica nera. La storia è piena di casi in cui gli artisti stessi hanno dichiarato un rifiuto verso questo tipo di successo 'formattato', perché in teoria è un processo che mina la purezza dell’arte e l’unicità che ogni artista è convinto di avere. “Questa canzone mi ha spinto al centro della strada”, scrisse Neil Young a proposito di “Heart Of Gold”, uno dei suoi hit più grandi, “Ma stare lì era noiosissimo, quindi mi sono spostato ai margini”. Per 'centro della strada' Young intende il format 'MOR', Middle Of The Road, che identifica le canzoni per un pubblico 'di mezza età', quindi che sta nel mezzo della propria strada, format chiamato anche 'Adult Contemporary'. In che format 'ai margini' avrebbe potuto stare il grande Neil Young? Il rock non è un format, ed oggi non è neanche un genere. Nei primi posti della classifica americana dei singoli rock questa settimana ci sono artisti come Hozier, Milky Chance e Lorde, e la prima 'rock band' in senso tradizionale, i Foo Fighters, è al numero 10. I format radiofonici orientati verso il rock (a parte quello 'classic' che trasmette “Hotel California” e “A horse with no name” da 40 anni) hanno avuto l’ultimo momento di gloria 20 anni fa, quando il rock alternativo di Nirvana e Red Hot Chili Peppers dominava le classifiche di vendita e sfornava singoli adatti per la radio. Oggi in una città come New York non esiste una radio in onda che abbia un formato 'modern rock'. “Il motivo è semplice: con il passare degli anni le radio rock si sono chiuse sempre di più in un vicolo cieco monodimensionale. Le prime stazioni rock si consideravano libere dai format. Così l’ idea che il rock migliore ignorasse le convenzioni ha spinto i musicisti più popolari a diffidare del mercato pop, e la critica  a fargli la guerra”. Quante volte avete sentito un musicista rock negare nelle interviste l’appartenenza ad un fenomeno musicale? “Dicono che siamo grunge ma non ci sentiamo parte di quella scena”, oppure “Non mi piace essere etichettato come artista indie”, e via dicendo. La radio rock, insomma, si è autodistrutta a causa dello spirito ribelle del rock stesso. Diverso il destino dei formati improntati sulla 'black music' e dunque destinati al pubblico afroamericano. Il cosiddetto 'R’n’b', in fondo, non è un genere musicale, è un format che comprende diversi elementi di black music (soul, rap, dance, funk, ballate). “Il format – scrive Weisbard – rende una cultura molto più accattivante della scena da cui è nata. Il rhythm and blues ha costantemente perseguito un obiettivo che il giornalista Adam Green ha definito come “vendita della razza”, un processo commerciale basato sul riconoscimento dello status separato degli afroamericani”. L’interrogativo che si pone Weisbard è dunque se sia più importante come suona una canzone o il tipo di persone a cui si rivolge. Non c’è dubbio che la radio organizzata per format metta la musica al servizio del mercato, ma è anche vero che molti artisti hanno beneficiato di questo sistema per fare conoscere la propria musica ad un pubblico già identificato in partenza e quindi potenzialmente più propenso ad accoglierla favorevolmente, dunque il fatto che la radio resista ancora oggi come mezzo principale per promuovere la nuova musica, non può che essere, per chi produce e diffonde canzoni, una buona notizia.