The Legend of Zelda: Breath of the Wild (Recensione)

Anche Link si è fatto lo smartphone.

di DocManhattan

Basterebbe il fuoco. Basterebbe vedere in quanti modi diversi puoi usare il fuoco, in The Legend of Zelda: Breath of the Wild, per capire come l'ultimo Zelda sia non solo un'evoluzione netta della serie, ma uno dei giochi in assoluto più incredibili di sempre. Puoi usarlo per incendiare frecce e clave, creare una corrente ascensionale per decollare con la tua paravela, snidare i nemici asserragliati in un loro covo di malaffare, cucinare degli ingredienti per cavarne una pozione o dei piatti energetici. Tanto presso un fuoco di bivacco quanto, se ti va, gettando gli alimenti a terra e dando fuoco all'erbaccia su cui sono finiti: una mela cotta è sempre una mela cotta, in fondo. The Legend of Zelda: Breath of the Wild è lo Zelda più vasto di sempre, ma anche il primo che tratta il giocatore davvero da adulto. Prendendoti ripetutamente a calci nei denti, tanto per iniziare.

DARK ZELDA
Se in giro leggerai un'infinità di accostamenti ai giochi della serie Dark Souls è perché i punti di contatto, effettivamente, non mancano. È facile capire, in Breath of the Wild, quando l'andare a zonzo per la sua enorme mappa ti ha portato in un luogo che non ti puoi ancora permettere di esplorare: se i nemici ti seccano al primo sguardo, meglio citofonare più tardi. Allo stesso modo, il primo incontro/scontro con i tipi più energumeni del bestiario si tramuta in un biglietto di sola andata per il paradiso degli eroi.

Non siamo mai morti così tanto in uno Zelda,

soprattutto nelle prime ore di gioco, quando - come nei Souls - un equipaggiamento livello pippa fantasy praticamente in mutande e zero tituli e poteri speciali ti rende propenso a venir steso pure da uno starnuto troppo forte.

Zelda Breath of the Wild recensione

LA TEORIA DEL LINK-GENDER
Ma è tutta la formula di gioco ad essere in pratica cambiata, accostandosi a quella di altri giochi open world: dalle torri di avvistamento cui dare la scalata per sbloccare i pezzi della mappa - aggiornando la tavoletta Sheikah che Link si porta dietro, praticamente uno smartphone fantasy - alle armi soggette al logorio della vita moderna e propense a mollarti a metà di un combattimento, fino alla ricerca spasmodica di set di armatura e altri capi di vestiario che ti facciano nuotare più velocemente, arrampicare più in fretta, ti proteggano meglio dagli eritemi solari o da un giavellotto sulla nuca. O facciano passare Link per una donna (il Gender-in-Zelda!!!1!). Link è sempre Link, cioè è l'ennesimo Link di una "leggenda" che ogni volta si reincarna in protagonisti diversi, ma cambia continuamente panni e armi in Breath of the Wild. Addio vecchia sequela di armi-gadget risolvi-problemi, in Breath of the Wild una spada, per quanto figa sia, è una spada. La usi finché dura, poi la butti via. Il dramma della spada-oggetto. 

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TI SPIEGO LE COSE, MA SE CAPITA
Già che ci siamo, dimentica pure l'indulgenza tipica della serie Zelda, i tutorial infiniti, per far capire le basi anche al più distratto dei casual gamer con la memoria a breve termine di un pesce rosso. In Breath of the Wild i tutorial ci sono, certo, ma sono sparsi per il mondo, e come funzionino alcune meccaniche un attimo più evolute - dalla cucina al contrattacco, passando per l'utilissima parry con lo scudo - fai prima a scoprirlo sul campo. È un gioco che ti tratta da adulto, dicevamo, di conseguenza non te ne vai più in giro vestito felicemente da Peter Pan pure se c'hai quarant'anni. Breath of the Wild presuppone che tu sia un essere umano dotato di un cervello funzionante, indipendentemente dal fatto che sia il tuo primo o il tuo ventesimo Zelda. Lo stesso vale per i puzzle, presenti sia nei Sacrari - tempietti sparsi per la mappa e ciascuno legato a una prova diversa - sia per i più complessi dungeon dei Colossi. Enigmi che mettono in alcuni casi a dura prova l'intuito di chi li affronta e che spesso si possono risolvere in modo brillante con un minimo di pensiero laterale. È la serie che è finalmente cresciuta, perché le è cresciuto il pubblico attorno.

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ZORA LA VAMPISQUALA
Esplorare l'enorme regno di Hyrule, sopravvivere alle condizioni climatiche ostili dei suoi deserti e delle sue montagne, raggiungere quel picco lassù per avere una vista migliore sulla piana sottostante. Sono sensazioni vissute in ogni open world fatto come si deve, siamo d'accordo, ma calate nell'universo di Zelda diventano qualcosa di unico. C'è una sorta di contrasto, in Breath of the Wild, tra l'aspetto cartoonoso dei suoi protagonisti, dai nemici più buffi al riuscito popolo ibrido umano-ittico degli Zora o al fatto che abbattere un uccello con l'arco lo trasforma in un cosciotto di pollo per il tuo inventario, e la verosimiglianza logica e spietata di molte situazioni: se piove non puoi andartene in giro brandendo una fiaccola accesa e arrampicarti su per una collina è più difficile, per dirne un paio. Ma non è un contrasto che genera cacofonia, ma al contrario una sorta di realismo magico che dà ancora più assuefazione. Come se ce ne fosse bisogno.

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L'ALTRO VOLTO DEL DUNGEON
Rompere la rigida progressione tipica della saga con uno Zelda in cui puoi fare ed esplorare e seguire la tua testa, all'inseguimento di una rupia verde fatta di missioni super-collaterali e duelli con semi-boss coriacei e bastardi, in cui puoi sperimentare con l'equipaggiamento, l'approccio e qualunque cosa sia commestibile, giocare con gli elementi e fare del parapendio o dello snow-sandsurf, cambia tutto e rende impossibile staccarti da Breath of the Wild. Certo, i dungeon sono ora qualcosa di completamente diverso rispetto alla tradizione degli Zelda precedenti, e non si portano dietro quella soddisfazione per aver sudato un tesoro che conti davvero, ma il nuovo mix ci è sembrato decisamente vincente. E abbiamo adorato buona parte degli Zelda precedenti, sia chiaro.

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THE WILD WAKER
E a proposito di adorare: bellissimo lo stile grafico, anche se su Switch Breath of the Wild vive l'inusuale contraddizione di essere meno godibile su TV di quanto non lo sia in modalità portatile. La grafica è leggermente migliore sul pannello buono del salotto, ma il frame-rate in TV alle volte zoppica. Ragion per cui le quasi quaranta ore di combattimenti, esplorazione e sperimentazione vissute finora a Hyrule ce le siamo sciroppate quasi tutte con lo Switch in configurazione tablet. Il che comporta però, come problemino aggiuntivo, un minimo di litigio condominiale con i controlli, perché i tasti dei Joycon, soprattutto i dorsali L e R (si diceva nella recensione della nuova console Nintendo) non allacciano le scarpe al controller Pro. Il lato positivo della faccenda è che non abbiamo mai giocato niente di così addictive in modalità portatile. E per niente intendiamo niente.

Voto: 10/10
Punteggio pieno. Per vederlo materializzarsi ci sono voluti quattro anni, con l'aggiunta in corsa di un'altra piattaforma (avrebbe dovuto essere un'esclusiva per Wii U) e gli svariati ritardi che questa scelta si è tirata dietro, ma The Legend of Zelda: Breath of the Wild ci ha letteralmente spazzato via. A patto di accettare, se sei un fan fondamentalista della serie, i cambi alla struttura di gioco, è lo Zelda più bello degli ultimi 20 anni e, in assoluto, uno dei giochi più incredibili che abbiamo mai visto. C'è qualche piccolo problema tecnico, ma davvero, chi se ne importa. 
The Legend of Zelda: Breath of the Wild è disponibile per Nintendo Switch (versione provata) e Nintendo Wii U. Il game designer giapponese che ha ideato quel dannato sacrario della pallina nel labirinto ha ricevuto per ore i nostri più affettuosi auguri di una morte non rapida e molto dolorosa.