Medeas
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Medeas

Conquista in Orizzonti l'esordio di Pallaoro: una tragedia greca esaltata da una purezza visiva bressoniana
"Non ci sono inquadrature in soggettiva, ma solo esterne rispetto al punto di vista degli interpreti. La cinepresa non si muove mai se non per seguire un personaggio, è sprovvista di una propra consapevolezza". Così Andrea Pallaoro in merito al suo Medeas (Orizzonti), esordio del filmaker classe '82, nato in trentino ma americano d'adozione. Uno che, a differenza della sua cinepresa, ha consapevolezza da vendere. Non dice tutto Pallaoro: vero, la mdp è fissa e rinuncia a una delle sue prerogative espressive, il movimento, ma la regia c'è e si sente. Medeas è forse il film che più di ogni altro in questa Mostra (peccato non trovarlo in concorso) esibisce una radicale intenzione espressiva. Non c'è inquadratura o raccordo di montaggio, che non riveli una precisa coscienza estetica, un mondo interiore, rigore morale. Medeas è integralmente regia: le geometrie nella costruzione del profilmico, la grana della luce, il taglio dell'inquadratura, la disposizione degli attori all'interno del quadro, non hanno nulla di casuale od oggettivo. Sono invece segni di un discorso preciso, elementi di una poetica riconoscibile. Di rado abbiamo visto un'attenzione così ossessiva alla messa in scena in un autore tanto giovane. Non c'è però nulla di estetizzante: in un film fatto di pochissimi dialoghi e anche meno di colpi di scena, è il cinema a farsi parola. Non a caso la protagonista, l'eterea Catalina Sandino Moreno, è muta, e anche Brìan F. O Byrne, che interpreta il marito, non è un gran chiacchierone. I due compongono una famiglia all'apparenza idilliaca nella remota campagna americana. Sono allevatori e hanno quattro figli, tre maschi e una femmina. Quest'ultima, un'adolescente, studia italiano da autodidatta cantando le canzoni di Patty Pravo. Il pater familias è uomo buono, anche se un po' tradizionalista e severo. La moglie un angelo. I figli, tolta un po' di vivacità, sono adorabili. Eppure qualcosa non torna. Ci sono immagini ambigue, che valgono come premonizioni. E troppi specchi in campo, superfici dove la figura (l'evidenza?) si sdoppia o addirittura si triplica. C'è aria di tragedia e il titolo - per chi ricorda l'opera di Euripide - non ne fa mistero. Va detto che Medeas ci sarebbe piaciuto anche se non avesse avuto una storia: ha una purezza visiva tale da far felici gli occhi. Però una storia ce l'ha, e non passa invano nemmeno quella. Pallaoro è un piccolo Bresson italo-americano.